Introduzione
Ho un ricordo limpido di quel giorno: frequentavo la seconda superiore e mi stavo recando a scuola in treno. Come al solito ero seduto di fianco al mio compagno di classe, un bravo ragazzo, molto sensibile e particolare. Come quasi tutti gli adolescenti di quell’età, eravamo dei sognatori. Parlavamo di vari argomenti, ma quello che mi è rimasto più impresso era il suo ragionamento sul bene e il male. A parer suo il mondo era composto per il venti per cento dal primo e per l’ottanta per cento dal secondo. Sicuramente la sua era una visione molto pessimistica della realtà, anche se lasciava spazio a un pizzico di sano ottimismo, perché, riprendendo le sue parole, “il bene vale più del male”. Ben presto, quell’analisi è diventata anche la mia.
Di certo questo testo non afferma nulla di nuovo: si prefigge il semplice scopo di riportare all’attenzione argomenti che spesso si danno per scontati, ma che in realtà rappresentano le fondamenta della società umana e del mondo che la circonda.
Spero che questa mia riflessione stimoli lo sviluppo di altre riflessioni, perché senza di loro il male prenderebbe sempre di più il sopravvento.
Riflettere comporta un considerevole dispendio di energie, ma è un bene.
Progresso e regresso
In una società industrializzata e complessa come la nostra, basata più su valori economici che sociali e politici, credo sia molto difficile capire dove finisce il bene e dove inizia il male.
Il tanto auspicato e amato progresso, che si è fatto strada con il boom economico (parlo dell’Italia, ma questo esempio potrebbe riguardare anche altri Paesi del cosiddetto primo mondo), ci ha portati proprio in quella direzione, ovvero a una civiltà che dimentica la missione per cui è stata spinta in avanti, facendo del denaro un valore sociale e non solo un mezzo di pagamento. Il progresso fulmineo e controllato soltanto per metà, porta a dare un peso superiore a certe cose, piuttosto che ad altre, assegnando di conseguenza un valore maggiore alle cose superflue, portando a una lenta ma continua distorsione dell’etica, della morale e della coscienza dei singoli individui. Possiamo affermare con tutta onestà intellettuale che può esistere la paradossale situazione in cui il progresso crea il regresso della società, prettamente di natura umana e non industriale, se non si riesce a tener conto di tutte le sfaccettature della civiltà contemporanea: istruzione, economia, religione, ecc. Se non vi è equilibrio tra queste e se soltanto una prevale sulle altre, l’avanzamento può prendere una direzione sbagliata. La politica e la giustizia hanno il compito di trainare, gestire e controllare tutti gli altri campi, pertanto sono le prime a dover essere sottoposte al progresso. Ma se la politica prevarica sugli altri, nasce la dittatura; se è l’economia a farlo, nascono profonde differenze sociali (tra ricchi e poveri, ad esempio); se è l’istruzione, potrebbe rendere incontrollabile e confuso lo sviluppo. Con questo, chiaramente, non intendo dire che il progresso vada smorzato. Troppa religione potrebbe far prevalere l’astratto sul concreto. Infine, troppa giustizia potrebbe paralizzare la società, così come troppo poca lascerebbe una illimitata e pericolosa libertà.
Esaminando queste argomentazioni, ci si rende conto che l’eccesso nelle cose spesso e sovente può essere un male. Anche il bene, condotto alle sue estreme conseguenze, può rivelarsi come qualcosa di sbagliato. Lo stesso Francesco Petrarca ribadiva questo concetto nelle sue poesie, vedendo il suo amore come una pena (“Tal m’ha in pregion, che non m’apre né sera”). Vi chiederete, come può stare in piedi un ragionamento simile? Se teniamo conto della nostra cultura ed educazione, un’affermazione del genere non ha fondamento, poiché non possiamo che vedere come positivo un eccesso di bene. Ma se noi rovesciassimo la medaglia, non potremmo fare a meno di notare, osservando la realtà che ci circonda, che esistono persone che hanno una concezione diversa dalla nostra. Un assassino seriale ritiene che uccidere i suoi simili sia giusto, ma per uno Stato di diritto come il nostro ciò può comportare un ergastolo; mentre nel mondo animale, per un leone, uccidere una gazzella è banalmente normale. La differenza fondamentale sta nel fatto che l’assassino lo fa per piacere; il leone, invece, per necessità. Ecco allora che il bene e il male si scontrano con la vita reale, poiché sono interscambiabili a seconda delle circostanze che si vengono a creare.
Il bene e il male
A questo punto non possiamo fare altro che chiederci il significato di bene e male.
Il bene è generalmente riconosciuto come sinonimo di positività. Fare del bene implica il portare giovamento e benessere a se stessi, in primis, e agli altri, in seguito. Come da dizionario, bene è tutto ciò che è buono, giusto e onesto; nella visione cristiana, Dio è il sommo bene.
La risoluzione di un problema, amare sinceramente una persona o la propria famiglia, essere onesti, leali, ricchi di virtù, per noi è un bene. Il fare l’elemosina, però, meriterebbe un discorso a parte: secondo me, mai nessun altro vocabolo può essere ritenuto così vicino all’ipocrisia; ci sono persone che promuovono questo gesto come il sinonimo perfetto dell’aiutare un bisognoso, ma questa elemosina, a volte, potrebbe trasformarsi in qualcosa di contrario a quello che dovrebbe essere in realtà. Difatti, esistono popolazioni che aspettano soltanto l’arrivo del turista per racimolare qualche moneta, tralasciando al contempo l’idea di modificare con le proprie mani il loro tenore di vita.
Il male, invece, essendo opposto al bene, esiste solo in virtù del suo contrario. Ciò è stato affermato già da filosofi quali Platone e Aristotele. Ma gli stessi affermavano anche che il bene è soggettivo, poiché dipende dal contesto e dal modo di ragionare e vedere le cose delle persone. Ogni essere umano è diverso dall’altro e, quindi, ha un punto di vista e di pensiero differente, concordando con il relativismo (posizione filosofica che confuta l’esistenza di verità assolute), il quale nega la capacità umana di stabilire criteri di giudizio sul bene e sul male in maniera prettamente oggettiva. Perciò, dare un’indiscutibile definizione di cos’è giusto o sbagliato è da ritenersi, purtroppo o per fortuna, impossibile.
Il problema è che le definizioni “ufficiali” di bene e male ci vengono fornite non da noi stessi, ma da filosofie, religioni e generazioni vissute prima di noi. Ciò che dalla Chiesa viene definito peccato è male, mentre la virtù è bene. Questa è diventata ormai una consuetudine, dettata dalla soggettività: «E’ sempre stato così».
La contestazione
È curioso il fenomeno che si innesca con una contestazione della visione tradizionale, che probabilmente da molti viene ignorato.
In una situazione normale, la messa in discussione di qualcosa può essere considerata a tutti gli effetti come una vera e propria contestazione (del bene o del male), che per risolversi, ha bisogno di un terzo fattore, ossia una prova, una legge, un dato, ecc., che dia ragione ad una parte piuttosto che all’altra. Solitamente, questo terzo fattore è ritenuto valido perché i più lo ritengono tale. Analogamente le leggi, già in sede di approvazione, vengono sostenute da una maggioranza.
Detto questo, è doveroso ricordare che la contestazione non sempre proviene da una minoranza, ma può anche derivare proprio da una maggioranza. Si pensi alle grandi rivoluzioni e lotte del passato, la cui principale promotrice e protagonista era la folta popolazione di artigiani e contadini. Queste non devono essere confuse, ad esempio, con quelle Industriali, che dovrebbero essere classificate di più come Evoluzioni. Entrando nell’intricato campo delle etimologie, Rivoluzione è un cambiamento radicale con la negazione completa, o quasi, del vecchio, mentre Evoluzione è un superamento del vecchio, pur tenendolo come base su cui creare il nuovo.
Sia le rivoluzioni che le evoluzioni, possono essere considerate cambiamenti, che si esprimono gradualmente o radicalmente.
La Rivoluzione (o Evoluzione) Industriale, coadiuvata da numerosi studi e scoperte, ha portato alla nostra società del male, se pensiamo all’inquinamento, ma anche e soprattutto del bene, un bene da definirsi convenienza.
Il bene come convenienza
L’uomo, fin dall’antichità, ha sempre sfruttato il proprio intelletto per facilitarsi l’esistenza. Uccidere un mammut con le proprie mani era indubbiamente difficile, perciò occorreva un sistema più semplice ed efficace. Detto fatto, lavorando un pezzo di pietra fino a farlo diventare triangolare, realizzò un utensile che serviva per molte cose: tagliare, lavorare, macinare e cacciare; tutto per istinto di sopravvivenza. Col passare degli anni, l’ingegno ha permesso la creazione di opere idrauliche e architettoniche incredibili, come, per esempio, gli acquedotti romani o le piramidi di Giza, nonché la scoperta di nuove terre, attraverso la costruzione di possenti navi, fino ad arrivare alla famosa Prima Rivoluzione Industriale, originatasi in Inghilterra nella seconda metà del 1700, caratterizzata soprattutto dall’introduzione della macchina a vapore di James Watt.
Non passò neanche un secolo, che già si giunse alla Seconda Rivoluzione Industriale, con l’avvento dell’elettricità, di nuove scoperte nel campo della chimica e del petrolio. Infine, dal 1970 ha avuto inizio l’era dell’informatica, che da allora continua a mutare profondamente i nostri modi di lavorare, socializzare, spingendoci verso un futuro “schiavo” delle macchine, nel senso buono e cattivo del termine.
Esaminando anche solo queste piccole ma importanti citazioni storiche, quindi, è possibile notare come tutti i progressi umani abbiano avuto come fine ultimo, la semplificazione dei modi di vivere e il risparmio di tempo e di energie personali, delegando in molti casi responsabilità e operatività a un cervello elettronico. Questo dato ha i suoi pro e i suoi contro, chiaramente, perché da un lato ha permesso di portare avanti progetti e produzioni che fino ad allora parevano inimmaginabili (i robot che vengono immersi a profondità mai raggiunte o le sonde inviate nello spazio), facilitando la vita e non solo, dall’altro conduce a un indebolimento delle facoltà intellettive e fisiche della persona. Un esempio significativo e, se ci pensiamo, terrorizzante di come il computer si stia sostituendo al cervello umano, risiede nell’uso della calcolatrice per risolvere delle banali somme, facendo sì che l’intelletto, dopo un certo lasso di tempo, non sia più in grado di lavorare da solo.
Ora giunge però spontaneo un quesito: è più facile fare del bene o del male?
Chiunque potrebbe pensare che sarebbe meglio rubare un diamante costosissimo anziché comprarlo, oppure pagare un cameriere extra in nero piuttosto che in regola.
Si fa prima a copiare ad un esame anziché studiare; ci si impiega molto meno tempo a corrompere un politico per avere precedenze su alcuni appalti, anziché seguire la procedura corretta.
Fare del male, in poche parole, è più semplice e rapido.
La posizione del bene e del male
A chi non è mai capitato di desiderare dei cambiamenti in ambito familiare, lavorativo, sociale, religioso o politico, in base alla propria idea di bene o di male?
La società consumistica moderna è sempre alla ricerca di soddisfare i propri piaceri personali e il proprio status, succube di uno sfrenato individualismo, che lei stessa ha contribuito a creare. Certo, esporsi con idee, progetti e parole in prima persona contro ciò che si reputa male è sempre difficile e a volte rischioso.
Proporre un emendamento a un disegno di legge, ad esempio, può essere criticato sia dalla parte avversa che dalla propria, ma se alla base vi è un dialogo costruttivo e una sicurezza di fondo su ciò che si sta trattando, è possibile estrapolare un risultato positivo anche solo per metà.
Il problema che bisogna risolvere alcune volte prima di contrapporre la propria idea, è quello di misurarsi con se stessi: «Visto che la maggioranza la pensa diversamente, la mia opinione di cambiamento è corretta?» Se non si hanno dei punti fermi su cui fare affidamento e un carattere abbastanza forte da sostenere le proprie convinzioni, anche in presenza di numerose resistenze e tentazioni, si rischia di crollare in un abisso di dubbi, i quali potrebbero frenare o confondere la tesi sostenuta.
Se ora immaginassimo di entrare per un momento nella mente della controparte, troveremmo la medesima situazione, ovvero una ferma posizione, con l’unica variante di bloccare il cambiamento proposto.
Come si vince, allora, una battaglia?
Si potrebbe rispondere: quando una fazione prevale sull’altra. Ma in che modo? Semplicemente quando una parte cede.
Sul cedimento, però, il discorso si amplia maggiormente, portandoci a distinguere un cedere volontario da uno involontario. Il primo caso avviene se una delle due parti è debole (la resa di un esercito in guerra, causata da inferiorità numerica, eccessivo dispendio di denaro e vite umane); il secondo avviene perché una parte ha prevalso sull’altra senza aver provocato un’ufficiale bandiera bianca, ma sfruttando altre variabili (in una partita di calcio, l’attaccante riesce a fare goal perché la difesa e il portiere hanno ceduto involontariamente, errando, o perché nello schieramento c’erano delle lacune). Il cedimento è, in parole povere, uno sbaglio che provoca la vincita dell’altro, senza che quest’ultimo sia necessariamente il più forte. Si pensi a Benito Mussolini, salito al potere pur essendo in minoranza nel Paese, non per sua forza, ma perché il re cedette alla Marcia su Roma.
Il famoso scienziato inglese Charles Darwin, nella sua teoria, sosteneva appunto che il debole, in natura, perisce.
Ma il forte è sempre forte?
No, può diventare debole se cede a qualcosa di nuovo o a cui non è preparato.
Pensiamo al tallone d’Achille…
…
Ogni essere umano ha una missione, sono in molti a sostenerlo.
Ovviamente l’uomo, animale munito di intelletto per definizione, potrà e dovrà avere più tipi di missioni di qualsiasi altro animale, a causa proprio del suo essere intelligente. C’è chi è indifferente e cerca di migliorare solo la propria esistenza; chi segue o ricopia gli altri; chi si adatta a ogni situazione; chi pensa, progetta, fa.
Tornando all’affermazione sopracitata di uomo, questi è alla continua ricerca di un’esauriente definizione di bene e male: anche la storia ce lo insegna.
Tutto ciò implica, come già detto in precedenza, una contestazione, sia in lato positivo che negativo. Il migliorare lo stato delle cose è senza ombra di dubbio il modo più sensato di fare del bene, senza incappare in conseguenze errate. Tanto per fare un esempio, quando è stata inventata l’automobile, si pensava più al suo utilizzo come rapido mezzo di trasporto, che alle conseguenze ambientali che poteva provocare, come il dispendio di energia per la sua produzione o lo sfruttamento di materie prime per il suo funzionamento. Ora, pare che si stia tentando di rimediare al danno dell’inquinamento con l’uso di carburanti alternativi e materiali di riciclo. Classica dimostrazione, questa, del riposizionamento nel tempo del bene e del male nella scala sociale, come pure la faccenda degli omosessuali, vista più negativamente in passato rispetto al giorno d’oggi, tanto da diventare un pretesto per maltrattamenti e genocidi.
I più grandi mutamenti nella storia dell’umanità da sempre sono quelli graduali, ma con idee di base radicali.
Nel caso citato, è chiaro che il cambiamento è avvenuto in modo graduale. Ma un cambiamento radicale esce solitamente con più facilità da una sola persona, prima che da una massa. Si pensi, in questo senso, al cecchino che sparò a Martin Luther King, il 4 aprile 1968. Certo, fu un cambiamento negativo, ma dimostra quanto detto finora.
Ci sono casi nel passato, in cui il bene ha sfidato il male, partendo tuttavia da una netta minoranza (sempre lasciando al lettore la facoltà di decidere quale sia il vero bene e il vero male). Normalmente noi, con il termine minoranza, intendiamo un gruppo o comunque una parte di quantità o consistenza inferiore rispetto a quella opposta, con meno possibilità di successo.
Il forte vince sul debole. Ma Gandhi era partito da solo nella sua lotta non violenta contro l’Inghilterra e aveva fatto da solo lo sciopero della fame. Soltanto in seguito, aveva raccolto dei proseliti. Pertanto la vittoria del bene sul male è tutta una questione di tempo, volontà, numeri e idee.
Sul piano matematico
Abbiamo visto, in questo breve excursus, che in definitiva il bene è qualcosa di interessante, utile, necessario, ma nel frattempo molto difficile da attuare.
Tornando al ragionamento sulle percentuali del bene e del male stimate dal mio amico, mi è sorta una riflessione: tralasciando il fatto che fare del male è indubbiamente più facile, occorre tenere presente un altro aspetto, a mio avviso, molto più importante, che potrebbe mettere le generazioni future di fronte a parecchi ostacoli nella risoluzione dei problemi che affliggono il mondo.
Poniamo il tutto sul piano matematico: considerando il bene (chiamiamolo X) come una variabile indipendente e il male (Y) come variabile dipendente, possiamo concludere che Y vive grazie ad X e non potrebbe esistere senza di esso. Pertanto, senza il bene non può esistere il male.
Nel mondo sono circa un miliardo le persone che soffrono la carenza di cibo: nutrire queste popolazioni è una cosa bellissima, ma che al contempo può provocare una carenza planetaria di risorse alimentari, con conseguente aumento di disboscamenti, ad esempio, per dar spazio all’agricoltura. Qualcuno ipotizza che bisognerebbe ridurre i consumi del primo mondo e rivedere il nostro modo di mangiare. Da qui si deduce materialmente come il fare qualcosa di giusto sia enormemente pesante e trascini inevitabilmente con sé, purtroppo, anche una percentuale di ingiusto.